Tempo che scorre

Non sono molto brava a parlare di me, invidio moltissimo chi è capace di guardarsi dentro senza la paura di quello che potrà scoprire. Credo che l’empatia sia qualcosa di pericoloso, se non si rispettano le dosi consigliate. Adoro i suggerimenti, i giochi di sguardi, gli abbozzi di sorriso. Adoro l’ironia, rifugiarmi nel sarcasmo quando mi trovo in un oceano di cose che non posso controllare e in cui sento di non saper nuotare.

Oggi sono seduta in riva al mare. Ieri ero in mezzo alle onde, trascinata via dalla corrente. Mia nonna si è sentita male mentre io ero a lavoro, e tutto il fastidio accumulato dopo il servizio del pranzo domenicale è stato spazzato via da una folata di vento.

Mia nonna stava male.

Lei, quella con cui non sono mai riuscita ad andare d’accordo. Quella che non ho mai capito, che non mi ha mai capita, perché la comunicazione è alla base delle relazioni umane ma noi ce ne siamo dimenticate.

Mia nonna.

Un piccolo angolo di me, mentre mi chiudevo in un silenzio pieno di tristezza e sensi di colpa, non smetteva di sussurrare: ma lei non è immortale?

Perché mia nonna è come una montagna: rimane lì, anche quando volgi lo sguardo altrove. Anche quando non telefoni. È lì che si lamenta delle stesse cose da così tanto tempo che darebbe del filo da torcere a Morla.

E stamattina, quando l’ho vista all’ospedale, era così indifesa che ha smesso di essere una montagna, e ha cominciato ad essere semplicemente mia nonna.

Non vedo l’ora di vederla di nuovo al tavolo della cucina, con la messa del Papa a tutto volume che sovrasta qualsiasi considerazione tu possa fare, con i suoi dolori e quella piccola consapevolezza in più che hanno solo le persone che hanno visto accadere delle cose che preferivano limitarsi ad immaginare.

Intanto sto qui, seduta sulla riva.

Ti regalo il mio tempo, prendine quanto ne vuoi, nonna.

Lista dei desideri di lettura

Su un blog che seguo da qualche tempo e che mi piace molto ho trovato un post molto carino, sui buoni propositi riguardanti le letture di quest’anno. Il blog si chiama A game of T.A.R.D.I.S. e lo trovate qui.

Ora, io risparmio a voi e a me stessa la lista di criteri che smetterò di seguire dieci minuti dopo averli scritti, perché tanto mi conosco, in certe cose ho la costanza di… Beh, di qualcosa di poco costante. Però pensavo di fare una specie di lista, con tutto quello che vorrei leggere quest’anno, per poi ritrovarmi ad ottobre a sentirmi in colpa guardando la lista di titoli che ho lasciato lì. Esattamente come è successo l’anno scorso, ma eravamo solo io e la lista scarabocchiata sul mio quaderno.

  • Il terzo volume del ciclo di Vani Sarca di Alice Basso
  • Il nuovo libro dell’autore di Ready Player One
  • Una Cenerentola a Manhattan, della Kingsley
  • L’ultimo libro della serie di Anna Todd dedicata a Landon (mi vergogno già da sola, smettetela di guardarmi così)
  • I libri che mi mancano di Backman, anche se so che piangerò tantissimo.

La lista è in evoluzione, e naturalmente si accettano consigli!

La lista dei buoni propositi

Siamo oltre la metà di dicembre, terreno fertile per i buoni propositi per l’anno venturo.

Non dobbiamo nemmeno sforzarci troppo: quelli dell’anno corrente vanno bene, tanto ne abbiamo spuntati più o meno due, di cui uno barando anche un po’.

Cosa c’era nella mia lista, abbandonata da qualche parte la prima settimana di febbraio? Leggere. Fatto. Scrivere. Non lo faccio mai quanto dovrei. Guidare. Dite che una volta ogni due mesi vale come obiettivo raggiunto?

La lista che compilerò mentalmente tra una settimana comincerà allo stesso modo di tutte le altre.

Prenditi cura di te, Wendy. Di te e di chi ti sta attorno. Prenditi cura di quel voi costruito con amore e pazienza, delle amicizie che hanno messo radici e che non si lasciano portare via dal vento, delle parentele di sangue e di quelle di cuore e anima, perché non è vero che la famiglia te la ritrovi, a volte te la scegli.

Cerca di essere più ordinata, in casa e nella tua testa, impara la tecnica dei sette respiri, o quanti sono quelli che Bein fa fare ai suoi personaggi prima di prendere una decisione.

Ricordati che talvolta è meglio chiedere il perdono, piuttosto che il permesso.

Non smettere mai di credere nelle sfumature.

Dimentica il telefono nella borsa, di tanto in tanto, per un’ora o due.

Non smettere di leggere, di scrivere, di sognare ad occhi aperti.

E ricordati, Wendy, una ragazza vale più di venti ragazzi.

Tra libro e film: Il club del libro e della torta di bucce di patata di Guernsey

Giusto ieri una mia cara amica con cui mi piace parlare di libri mi ha fatto notare che nell’ultimo periodo comincio fin troppo spesso le nostre conversazioni letterarie con “ho letto un libro bellissimo su cui Netflix ha fatto un film”.
Non starò qui a difendermi: abbiamo tutti le nostre ossessioni.
Quindi eccomi qui, a fare di nuovo un confronto assolutamente non tecnico su un film e sul libro da cui è stato tratto. Stavolta senza riuscire a sbilanciarmi troppo sul vincitore di questo confronto.
Benvenuti a Guernsey, una delle isole della Manica. Se lasciate vagare la mente su lidi lontani, sono sicura che riuscirete a sentire l’odore del mare, il rumore delle onde che s’infrangono su scogliere e manti di sabbia, e a perdere il vostro sguardo sulle meraviglie che la natura ci offre. Per Mary Ann Shaffer, l’autrice del libro, è stato amore a prima vista. Fidatevi, lo sarà anche per voi.

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The Guernsey Literary & Potato Peel Pie Society

2018

Regia di Mike Newell

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The Guernsey Literary & Potato Peel Pie Society

2008

Scritto da Mary Ann Shaffer

con l’aiuto di Annie Barrows

La trama è abbastanza semplice: Juliet Ashton è una giornalista
londinese che si è fatta conoscere negli anni della guerra per aver
firmato una serie di articoli effervescenti durante la Seconda Guerra Mondiale, che sono poi stati pubblicati tutti insieme nel dopoguerra.
All’inizio della nostra storia, troviamo Juliet in giro per l’Inghilterra, in giro per librerie per promuovere il suo libro. Il suo sogno è quello di lasciarsi la guerra alle spalle, di smettere di
pubblicare articoli sotto pseudonimo, ma sa di avere le mani legate in
quanto la sua prima opera – una biografia di Anne Bronte, pubblicata a
suo nome – aveva venduto pochissime copie. Facciamo quindi la sua
conoscenza all’inizio del processo creativo che la porterà a scrivere
un nuovo libro, anche se Juliet non ha ancora molte idee a riguardo.
Un giorno riceve una lettera proveniente dall’isola di Guernsey, nella Manica. Un certo Dawsey Adams, che aveva acquistato un libro di Charles Lamb che prima era appartenuto a lei (e su cui c’era il suo
indirizzo), le scrive per chiederle di inviargli – sotto compenso – un
altro libro del suo autore preferito, visto che lei abita a Londra e
che a Guersey non ci sono librerie.

Da qui in poi la storia si divide: nel film, Juliet decide che il suo destino è di scrivere un libro su ciò che Dawsey le ha raccontato, nel libro il suo iniziale avvicinamento nei confronti di Guernsey e della sua Società Letteraria, nata durante la guerra, fa solo da circostanza iniziale, in quanto la nostra protagonista si ritrova a dover scrivere un pezzo per un importante giornale e sceglie di cercare informazioni proprio su questo club di lettura.

La cosa che più mi ha colpito, quando ho visto il film, è il modo in cui riesce a parlare della guerra, dell’occupazione tedesca nelle isole della Manica, delle difficoltà di soldati e isolani in quegli anni terribili. In un certo senso, lo sai che parla della guerra, ma sei sballottato di qua e di là dal carattere meraviglioso degli abitanti dell’isola, dalle loro storie, dalle loro fragilità. Questa sensazione è ancora più forte tra le pagine del libro: innanzitutto, è un romanzo epistolare, e quando l’ho scoperto per un attimo ho avuto paura di non farcela, a leggerlo. Invece, si viene subito catturati dal carattere spumeggiante di Juliet, che forse nel film è un po’ più opaco, e dalle persone che ruotano intorno a lei, ciascuna con la sua voce e la sua forza. Anche gli equilibri tra i personaggi sono un po’ diversi tra libro e film, ma permane la stessa dolcezza, in ogni minuto, in ogni riga. Sullo sfondo, brilla costante la figura di Elisabeth, centrale nel libro nonostante non sia mai davvero presente sulla scena. A ricordarci che i ricordi sono più forti di qualsiasi tempesta, e che le persone, se non le lasciamo andare, sono sempre con noi.

Guardatelo.

Leggetelo.

Sono sicura che vi piacerà.

Risparmio energetico

Sono in modalità risparmio energetico, e non riesco a trovare il mio caricabatterie personale.

Vi capita mai?

Ognuno di noi capta ed emana piccoli segnali diversi: il mio problema è che tutto mi sembra invalicabile allo stesso modo, non esistono gradini.

Le mie difficoltà digestive sono sullo stesso piano dei calzini che continuano a rovinarsi, lasciandomi la scelta tra un pomeriggio sfrenato da Tezenis o l’opzione fantasmini in pieno inverno. I problemi sul lavoro sullo stesso piano dell’incapacità di farmi valere e dei pullman che non passano.

Il film che volevo tanto vedere su Netflix e che non si può scaricare quando i miei GB stanno per finire proprio lì, accanto ad Artax nelle paludi della tristezza.

Ho bisogno di una vacanza anche se sono appena tornata.

Ho bisogno di tempo per me stessa e di energie da dedicare veramente a chi ne ha bisogno.

Ho bisogno di riscrivere le mie priorità e di uscire da questa stupida sindrome premestruale perenne.

Sono brava a sorridere. Devo solo ricordarmi di farlo più spesso.

(Spero che si capisca il carattere ironico di ciò che ho scritto. Non metterei mai Artax in fondo, insieme alle altre cose. Siamo seri, dai)

Dalla parte dei film: Tutte le volte che ho scritto ti amo.

Devo iniziare con una precisazione: quando qualcuno mi chiede se ho visto un determinato film, di solito rispondo che ho letto il libro. Ho sempre preferito la parola stampata all’immagine, i pomeriggi passati a leggere alle due ore di film. Con questo non intendo che non mi capita mai di guardarne uno, ma ho una strana incapacità di gestire l’ansia davanti ad uno schermo, quindi la percentuale di film che posso guardare si riduce notevolmente.
Quando ho amato un libro e decido di guardare il film ad esso collegato cerco sempre di sospendere il giudizio: come ha detto un giorno una mia amica, un film è l’interpretazione di un regista, non devi andare al cinema aspettando di vedere quello che hai immaginato tu.
Non perderei tempo parlandovi di tutti i libri che ho preferito, ma ci sono delle dovute eccezioni, una su tutte Il diavolo veste Prada. O Il diario di Bridget Jones, la cui versione letteraria mi ha infastidita parecchio.
Di recente, mi è capitato di vedere su Netflix una delle sue ultime produzioni: Tutte le volte che ho scritto ti amo, una commedia di Susan Johnson con protagonisti Lana Condor e Noah Centineo.
L’ho visto, mi è piaciuto. Ho cercato il libro da cui è stato tratto, l’ho letto, ha vinto il film.
Qui provo a spiegarvi perché.

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To All the Boys I’ve Loved Before
2018
Regia di Susan Johnson

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To All the Boys I’ve Loved Before
2014
Scritto da Jenny Han

La storia è molto semplice: Lara Jean è un’adolescente come tante, che preferisce sognare piuttosto che vivere, perché vivere è rischioso, si finisce sempre per soffrire. Un’altra cosa pericolosa è innamorarsi: quando si innamora, non ne parla con nessuno, si limita a scrivere una lettera al ragazzo in questione, che conserva e non spedisce mai.
Le lettere sono cinque, quando ci affacciamo sulla sua storia. Una di queste è la più problematica: il destinatario è Josh, il ragazzo di sua sorella Margot.
Il suo amore per lui deve rimanere un segreto, nascosto nel cuore di Lara Jean e imprigionato nell’inchiostro della lettera su cui ha riversato tutti i suoi sentimenti.
Inutile dire che le lettere rimangono nascoste per circa dieci minuti, o quindici pagine di libro, e finiscono direttamente nelle mani dei ragazzi a cui erano dedicate.

Il film rispecchia abbastanza le dinamiche del libro, concedendosi qualche piacevole eccezione.
Il protagonista maschile di questa storia non è Josh, come sarebbe logico pensare, ma Peter, un altro destinatario di una delle lettere. Peter è il classico bel ragazzo che non prende nulla troppo sul serio, infatti propone a Lara Jean di fingere di essere fidanzati in modo da permettere a Josh di non nutrire alcun dubbio sui sentimenti di Lara Jean verso di lui. Una specie di sì, mi piacevi, ma è stato molto tempo fa e soprattutto per circa ventisette secondi. La versione cinematografica di Peter, interpretato da Noah Centineo – che non conoscevo, ma che ha un sorriso che ogni volta che lo vedi vorresti portartelo a casa – è molto più dolce, e oserei dire più complessa, della sua prima versione cartacea. Anche Margot, una Janel Parrish più matura rispetto ai ruoli a cui mi ero abituata, è diversa, molto più morbida e accomodante rispetto al personaggio della Han.
D’altro canto, come la stessa autrice ha osservato in un’intervista, nel film sono state fatte delle scelte inevitabili per riuscire a rimanere nei tempi massimi di una commedia sentimentale di quello spessore: se nel libro s’intravede di più un triangolo amoroso, nella versione cinematografica il povero Josh non ha spazio per dimostrare le sue attenzioni verso la nostra deliziosa protagonista. Gli resta qualche esitazione, qualche sguardo combattuto verso il viso gentile di Lana Condor, ma l’attenzione di Netflix è tutta per la nostra coppia d’oro, Lara Jean e Peter.
Tutte le volte che ho scritto ti amo è un film, e un libro, perfetto per accompagnarti in un pomeriggio invernale. Adoro le storie come questa, che non hanno nessuna pretesa, ma che sono anche capaci di lasciarti qualcosa. La sensazione che in amore il romanticismo non basti quando non ci sono basi più solide, e che conoscere qualcuno è il primo passo per qualcosa di più. Ma conoscerlo davvero, senza fermarsi alla superficie.
Quello che vediamo senza concederci di indagare va benissimo per una lettera d’amore, ma non per un rapporto che duri una vita.

Voi, invece? Quali sono i film che avete preferito ai libri?
Sfogatevi pure: con ogni probabilità, comunque, non li ho visti.

Tra meno di un anno ci sposiamo.

Ogni giorno mi sveglio e davanti a me lampeggia a caratteri cubitali la lunga lista di cose a cui dovrei pensare per stare in pace con me stessa e per non ritrovarmi con l’acqua alla gola i primi giorni di settembre.

Poi alzo le spalle, e comincio a leggere.

Sostituite “leggere” con “guardare un film che ho già visto” o “scarabocchiare storie già sviluppate” o “ascoltare sempre lo stesso CD” e avrete la storia della mia vita.

Non è che non mi piaccia essere organizzata. È solo che sognare è molto più divertente.

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